
Il punto cruciale
di ogni anno era la trebbiatura, momento della verità, dove il grano veniva diviso dalla paglia
e si contava con i minali quanto era stato raccolto nei campi.
Era il momento della festa della corte rurale, dove si raccoglieva tanta gente anche di corti vicine, accorse a
dare una mano per queste operazioni che duravano, più giorni e che terminavano con una buona mangiata ed una ancor maggiore bevuta.
Era il momento in cui si poteva guardare avanti con fiducia, avendo il grano con cui fare la farina per il pane quotidiano.

Poteva anche essere
il momento in cui i giovani si innamoravano e cominciavano a intrecciare storie che venivano sempre marcate a vista dalle mamme e nonne.
Si cominciava con l’arrivo sull’aia dei carri carichi di covoni. Seguiva la battitura a mano con l’ausilio di attrezzi
in legno che consentivano, sbattendo le spighe di estrarre i semi.
L’avvento della meccanizzazione ha “fatto perdere” questa operazione che si era tramandata di padre in figlio per secoli.
Infatti arrivava nel cortile, trainata da uno sbuffante e rumoroso trattore, la trebbiatrice.
Veniva posizionata sull’aia, in dialetto il “selese”, messa in bolla orizzontale e bloccata con dei ceppi.
Ad essa era collegata una pressa che provvedeva a comprimere la paglia di risulta ed ottenere dei parallelepipedi, normalmente
chiamate balle, che

permettevano di stivare il tutto in molto meno posto e in maniera più ordinata.
Alla trebbiatrice veniva dato il movimento tramite il trattore, collegando, con una cinghia, la puleggia grande della macchina
e la puleggia piccola e dotata di frizione del trattore.
Una volta preparato il tutto, con il carro dei covoni affiancato alla bocca di immissione, un gran stuolo di gente dava inizio
alle operazioni, di solito di buon mattino.

Due persone sopra la trebbiatrice introducevano i covoni nell’apposita bocca ai quali era stato tagliato lo spago e questi
cadevano addosso al battitore, un rullo metallico che ruotava molto velocemente che provvedeva a distaccare il grano dalla spiga.
Poi il tutto passava da vari vagli e scuotitori, ventilatori e raccoglitori finchè rimaneva la paglia che usciva dal retro
della macchina e veniva convogliata nella pressa, mentre il grano veniva mandato sulla parte opposta da cui usciva grazie a
dei fori sotto cui erano posizionati i minali, speciali secchioni metallici che oltre a contenere, servivano anche a determinare le quantità di grano.
Una volta pieni, venivano svuotati in sacchi di juta per la successiva stoccatura nel granaio.
Tutto quanto era guarnito da una immensa polvere che infestava il cortile, dal rumore del trattore e della macchina, dal
vociare delle donne e dei

bambini, ciascuno con un proprio compito preciso.
Questa operazione è stata la prima manifestazione che abbiamo proposto ancora alcuni anni fa, richiamando in servizio alcuni
“paini” ovvero gli operai addetti ai lavori che si sono entusiasmati tanto da non mancare mai all’appuntamento annuale.